Giacomazzi Giulia
La teologia femminista islamica. Verso un ijtihad femminile dei testi sacri

riassunto / citazione / abstract:
Il femminismo islamico, di cui la teologia femminista costituisce il fondamento teorico, è un movimento di carattere globale che propone un discorso di genere articolato all’interno della cornice religiosa dell’Islam e che ricerca i presupposti per l’emancipazione della donna nei testi fondanti della tradizione islamica.
Il femminismo islamico e la teologia femminista rivendicano il diritto di re-interpretare i testi sacri da una prospettiva femminile per dare una lettura dell’Islam favorevole alla donna. Il testo sacro per eccellenza oggetto di questa nuova interpretazione (in arabo ijtihad) è il Corano, ma molte teologhe si concentrano anche sulla Sunna, ossia la raccolta dei detti e dei fatti del Profeta, e sulla storia dei primi secoli dell’Islam.
Questa opera di ermeneutica “al femminile” è necessaria perché i testi sacri sono sempre stati interpretati da uomini che ne hanno dato una lettura di tipo patriarcale. Questa è una delle spiegazioni della distanza presente in molti paesi musulmani fra le condizioni di vita delle donne e il messaggio ugualitario, ritenuto dalle teologhe femministe, intrinseco all’Islam.
Il femminismo islamico possiede una grande potenzialità al fine di migliorare le condizioni di vita della donna nei paesi musulmani. In tali contesti è, infatti, più efficace del femminismo secolare per varie ragioni. Innanzi tutto costituisce un modello di emancipazione femminile autoctono, alternativo a quello occidentale, il quale spesso è percepito come qualcosa di estraneo. Il femminismo islamico, infatti, non solo promuove l’innovazione dall’interno della tradizione, ma propone anche dei modelli di femminilità autoctoni, individuandoli nella storia dei primi secoli dell’Islam. Inoltre proprio grazie all’utilizzo del discorso religioso è più facile che le richieste del femminismo islamico vengano ascoltate dall’Islam ufficiale o in paesi dove l’Islam fondamentalista è al potere.
Uno dei presupposti del miglioramento concreto della condizione femminile è il riconoscimento giuridico della parità di trattamento fra uomo e donna. A questo scopo le teologhe femministe rintracciano nel Corano il principio di uguaglianza ontologica e morale e da questo fanno discendere l’uguaglianza sul piano politico e sociale, la quale, a sua volta, dovrebbe tradursi nell’attribuzione all’uomo e alla donna di medesimi diritti e doveri. Tale deduzione, però, non è scontata per l’interpretazione classica dei testi sacri o per gli esegeti di tendenza conservatrice, i quali non fanno corrispondere ad un’uguaglianza di tipo ontologico la parità di trattamento nell’ambito del lavoro o nella sfera politica. La re-interpretazione delle fonti dell’Islam attuata dalla teologia femminista islamica è volta ovviamente anche alla confutazione di tale assunto.
In tale processo le teologhe femministe utilizzano vari metodi ermeneutici che uniscono l’apporto della tradizione ai contributi di scienze quali la linguistica, l’etimologia e l’analisi lessicale. Ma l’aspetto più interessante è la ripresa degli strumenti interpretativi dell’esegesi coranica classica, che vengono ora utilizzati per ottenere risultati opposti. Alcuni di questi strumenti esegetici sono la distinzione tra i versetti universali, contenenti i principi eterni del Corano, e quelli particolari o contingenti, legati invece alle circostanze della rivelazione; oppure la divisione fra le sure “meccane” che racchiudono un messaggio egalitario e quelle “medinesi” contenenti soprattutto precetti normativi.
Questi metodi ermeneutici vengono utilizzati all’interno di tecniche esegetiche di vario tipo, ma tutte finalizzate ad ottenere una lettura progressista ed egalitaria dell’Islam. La prima tecnica è la ricerca dei diritti umani all’interno del Corano e della Sunna. Alla base di questa scelta esegetica vi è la convinzione che l’Islam, se correttamente interpretato, conferisca già alla donna i diritti di cui ha bisogno. Un’altra tecnica utilizzata è quella di confutare quei miti che hanno contribuito a creare una concezione negativa della donna, quali, ad esempio, la creazione di Eva dalla costola di Adamo e la vicenda del peccato originale. Le teologhe attuano questa confutazione dimostrando come tali miti, seppur radicati nell’immaginario musulmano, abbiano in realtà un’origine extra-coranica poiché sono penetrati nell’Islam attraverso la Sunna. L’ultima tecnica analizzata prevede la negazione del valore di quei versetti coranici che sanciscono la superiorità dell’uomo sulla donna e su cui si fondano le norme della shari‘a discriminanti nei confronti della donna. Nel processo di de-costruzione e di rilettura di questi versetti le teologhe femministe si avvalgono di vari espedienti ermeneutici, come la dimostrazione dell’incongruenza di tali versetti coi principi generali del Corano, la restrizione l’ambito di applicazione dei precetti contenuti nei versetti oppure l’enfasi della loro portata contingente, in quanto circoscritta al contesto storico-culturale della Rivelazione.

autore:
Giulia Giacomazzi

bibliografia (tutta o parziale):
Monografie

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Altro materiale consultato
Beijing Declaration. Action for Equality, Development and Peace, all’interno della Quarta Conferenza Mondiale sulla Donna (Beijing, Settembre 1995).

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